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È stato un lungo viaggio ma ormai sei giunto alla meta. Una guida ti ha accompagnato lungo uno stretto sentiero che conduce ad una grotta nel fianco della montagna che sovrasta la catena alle vostre spalle. Appena arrivati all’antro buio la guida ti saluta e riprende immediatamente il cammino di ritorno. Rimani alcuni secondi ad ammirare la splendida vista della valle sottostante assaporando l’aria fresca e pulita. Ti stai chiedendo se sia il caso di entrare o aspettare quando un uomo esce dalla grotta e ti sorride. Dopo un profondo inchino, senza proferire parola ti fa segno di seguirlo.

L’uomo è anziano ma di un età indefinibile, la barba lunga sale e pepe, il cranio rasato. Veste una tunica semplice ma pulita, una pelliccia arruffata lo protegge dal freddo. Cammini per alcuni minuti dietro l’uomo che procede sicuro anche se la via è illuminata solo da rade lanterne appese alle pareti.  Pian piano i tuoi occhi si abituano all’oscurità e percepisci che la caverna va assumendo dimensioni maestose. Ai lati della grotta sono ammassati libri. Libri di tutte le dimensioni, alcuni antichi, altri moderni, libri sopra sedie e tavoli alla rinfusa oppure ordinati dentro scaffali antichi come i testi stessi.

«Vi prego di deporre armi e armature» l’uomo indica un robusto tavolo vuoto posto contro la parete «sarà un incontro di piacere e … ha promesso di non mangiarvi» sorride.

«Non… mangiarmi? Credo di non aver capito dove sono. Tantomeno chi siete voi…»

Il vecchio si ferma ad una scrivania su cui brillano decine di candele ormai consumate. Ti invita ad accomodarti su una specie di trono imbottito di morbidi cuscini. Ubbidiente ti siedi e, mentre ti domandi chi stai aspettando, percepisci nettamente una presenza nella parte buia della caverna. Scorgi delle ombre maestose agitarsi nel fondo della grotta. Qualcuno o qualcosa di enorme si sta lentamente avvicinando. All’improvviso appaiono due occhi rosso fuoco che ti fissano penetrandoti nell’anima.

«Benvenuto mortale» saluta l’ombra, ma sei sicuro non avere udito alcun suono, le parole si sono materializzate all’interno della tua mente.

«Che posto è questo? E chi sei tu?»

La testa di un drago esce alla luce, ora puoi vederlo nettamente. Ha scaglie nere come la notte, una bocca maestosa da cui escono zanne appuntite ma non riesci a fissare altro che non siano gli occhi: profondi, acuti, pieni di una saggezza che non ha tempo e che ti incute timore e rispetto.

Vedi le narici allargarsi mentre aspira il tuo odore. Distorce le labbra in quello che interpeti come un sorriso «Mi piaci, odori di fantasia».

«Mi sono lavato solo il mese scorso… Ok, ok, due mes… tre mesi fa! Contento?! E comunque non dovrei odorare di nulla, ma… grazie. Immagino sia colpa di questa dannata roba che ho fin da quando ero bambino. Mi frulla in testa e mi esce dai pori della pelle. Per quanto mi lavi non ne vuole sapere di andar via… L’unico modo è assecondarla. Di solito funziona.»

Il drago ignora la tua sfacciataggine e fa segno con la testa all’uomo alla scrivania che nel frattempo ha estratto una penna, inchiostro e pergamena per annotare la vostra conversazione.

«Grazie per aver risposto al mio invito e complimenti per il tuo romanzo che ho trovato molto piacevole. D’altronde, se così non fosse stato, non saremmo qui a parlare. Per cortesia parlami brevemente di te: chi sei, cosa fai nella vita e perché scrivi».

«Sono uno di quelli che non riesce a stare lontano da penne, calamai e pergamene. Come dicevo prima ehm… signor drago… è così che la devo chiamare? Beh, comunque sia, questo faccio nella vita: scrivo. E lavoro con altri che hanno la mia stessa malattia. Li aiuto a migliorare i loro libri, anche per curarli è impossibile. Mi diverte e mi permette di portare a casa pane nero, minestra e ogni tanto un boccale di birra. La gente da dove vengo io mi chiama “editor” o almeno mi pare dicano così. Perché lo faccio? Perché come dicevo non riesco a farne a meno. Scrivere è l’unica cura contro quella “malattia” che mi corrode: la fantasia.»

«Parlami di Pestilentia, come è nata l’idea?»

«Ha avuto una gestazione abbastanza lunga, sia prima della stesura, sia dopo. L’idea era quella di raccontare un mondo fantasy lontano dai cliché e dai luoghi comuni. Niente creature fatate, niente… ehm draghi… ma io adoro i draghi, sia ben chiaro, quindi non c’è motivo per cui lei ora, qui su due piedi, mi incenerisca. Comunque, dicevo: volevo un mondo cupo, un mondo devastato, post-apocalittico, in cui ambientare una storia che fosse quanto più possibile originale. È stato un lavoro lungo e complesso, ma ne sono davvero soddisfatto.»

«Quale è stata la difficoltà maggiore nello scrivere questa storia?»

«Editarlo. La prima stesura è venuta via come niente. Poi però l’ho letto, riletto e corretto. Ed è stato un lavoro lungo e faticoso, perché si è trattato di limare ogni dettaglio, fino a ottenere il risultato più soddisfacente. Non è perfetto, ma come dicevo prima ne sono orgoglioso.»

«Adoro la caratterizzazione dei personaggi come sei riuscito a creare caratteri così differenti?»

«Lasciando che fosse il mondo stesso in cui vivevano a forgiarli. C’è uno schiavo e come tale aveva già in sé la caratterizzazione necessaria. Se sei un servo e hai vissuto tutta la vita in schiavitù, quando ti liberano quello che sei ti rimane addosso, così la penso io. E vale lo stesso discorso se sei una giovane ladra che non ha fatto altro nella vita che arrabattarsi per vivere e sopravvivere. E lo stesso vale se sei un cavaliere, forgiato nella fede cieca al tuo dio. In definitiva, credo che ogni personaggio sia vero e caratterizzato bene, perché è sincero con se stesso e con il mondo che lo circonda. Nessuno di loro tenta di essere ciò che non è. Nessuno di loro mente a se stesso. E questo essere veri credo traspaia dal romanzo e per questo i lettori approvano e apprezzano.»

«Pestilentia denota una forte critica alla chiesa ma soprattutto al clero, è fantasia o comunque una critica che si può rispecchiare nella vita reale?»

«Domanda difficile ehm… signor drago. Non voglio fare anticipazioni a chi non ha letto il libro, però mi sento di dire che più che una critica alla chiesa (qualunque essa sia) e una critica agli estremismi della religione, a una fede cieca che come tale perde il controllo su quelli che sono (o dovrebbero essere) i suoi compiti. La critica è rivolta a tutti coloro che tradiscono i loro principi e il loro credo. Che siano sacerdoti o uomini comuni, poco importa e poco cambia.»

«Hai studiato i morbi e le pestilenze reali per caratterizzare il tuo mondo?»

«Assolutamente sì. Durante la fase di pre-stesura mi sono documentato sulla Peste Nera del Trecento che devastò l’Europa causando milioni di morti. Ho letto alcuni resoconti dell’epoca e mi sono letto alcune cronache medievali. E anche il modo in cui (inutilmente) si cercava di curare il morbo è riprodotto nel romanzo. L’intento era quello di dare una base storica e soprattutto credibile.»

«Quanto tempo ha richiesto Pestilentia per venire alla luce? Non ho trovato sbavature, sembra tutto curato alla perfezione, l’idea è quella di un gran lavoro in ogni dettaglio»

«E così è. O almeno così ho provato a fare. Come dicevo, il risultato è frutto di tantissimo lavoro. Un professionista ha redatto una scheda di valutazione grazie alla quale ho individuato pregi e difetti del romanzo. Io poi ho lavorato tanto una stesura dopo l’altra, per dare un prodotto il più possibile corretto sotto ogni punto di vista.»

«I secoli di malattia hanno esasperato le persone e ognuno si batte sol per sé, il fine giustifica i mezzi?»

«La virtù sta nel mezzo, penso io. A volte il fine giustifica i mezzi, altre volte no. Credo che una valutazione si possa fare solo sul momento. Per come la vedo io, si deve decidere in base alla propria situazione e in base a ciò che in quel momento ci sembra giusto, così da non avere rimpianti o rimorsi.»

«Come reagiresti ad una simile disgrazia nel mondo reale? Saresti una Shree, un Gleb o quale altro personaggio?»

«Bella domanda… Credo che sarei Stefano, quindi al tempo stesso nessuno di loro e tutti quanti. In fondo c’è un po’ di me e del mio pensiero in ognuno di loro.»

«Sei metodico nello scrivere o passionale? Ovvero, ti imponi di scrivere o è l’ispirazione che ti prende quando meno te l’aspetti?»

«L’ispirazione mi prende quando meno me l’aspetto e in quei casi prendo sempre appunti (ho una pessima memoria). Ma se sono in fase di stesura sono estremamente metodico e scrivo ogni giorno, tutti i giorni. Non perché me lo imponga, però, ma perché mi va, mi piace e ne ho voglia. Quando posso immergermi in una nuova storia e scriverla, sono la persona più felice del mondo.»

«Qual è il più bel complimento che ti hanno fatto? E la critica più cattiva?»

«Il più bel complimento è facile. Un giorno, in una fiera in cui ero con i miei libri, si avvicina un uomo di poco più grande di me. Mi fa: “Ho preso il tuo libro un anno fa. Mio padre era appena mancato e il tuo libro è stato l’unica cosa che mi ha fatto staccare un po’ la spina dal dolore che provavo”. Ho i brividi ancora a ripensarci. Quanto alle critiche, se sono costruttive, non sono mai cattive. Ne ricevo poche, per fortuna. Però ne ho beccate un paio per un mio altro libro che mi hanno aiutato tantissimo. Quindi ben vengano anche quelle. Anche se continuo a preferire i complimenti.»

«Hai mai avuto la tentazione di cambiare il finale?»

«No, mai. Sapevo prima ancora di scrivere la prima parola come sarebbe finita la storia. Ho scritto vedendo se i personaggi riuscivano a cambiare la fine e a farmi cambiare idea. Invece loro stessi hanno puntato là, sono andati con i loro stessi piedi là dove io sapevo fin dall’inizio che sarebbero finiti. In fondo, quel finale è figlio della storia, proprio come lo sono i suoi protagonisti. Cambiarlo, sarebbe stato come tradire la storia. E sarebbe stato un peccato gravissimo.»

«La copertina è stupenda, di chi è l’idea? Chi l’ha realizzata?»

«L’idea l’ho studiata insieme con l’editore. La realizzazione è del sempre fenomenale Mauro Dal Bo, conosciuto al Lucca Comics 2015 e voluto fortemente come disegnatore. Il suo tratto è spettacolare e spero di lavorare ancora con lui in futuro.»

«Questo non è il tuo primo libro, se qualcuno volesse leggere qualcos’altro di tuo quale opera consiglieresti?»

«“Il figlio del drago” il primo volume della mia trilogia eroic-fantasy. Un mondo diverso, con creature diverse, ma con una storia che spero tenga i lettori incollati alla pagina proprio come accade di solito con “Pestilentia”.»

«Il fantasy italiano in che stato si trova a tuo parere, ci sono opere valide oppure siamo davvero inferiori?»

«Inferiori a chi? No, signor drago, conosco tanti bravissimi autori. Forse il nostro difetto (e con nostro intendo degli scrittori italiani) è che siamo tanti e quando l’offerta è così vasta succedono due cose: è difficile far emergere i buoni libri ed è facile ritrovarsi tra le mani libri non di qualità, che poi spingono i lettori a dire: gli stranieri scrivono meglio. Ma qui in Italia mica arriva tutta la produzione straniera, arrivano solo i titoli stra-selezionati e quindi di qualità. Credo che se i migliori fantasy italiani finissero all’estero, succederebbe la stessa cosa e saremmo conosciuti come un popolo di scrittori fantasy di qualità.»

«Ti chiedo tre libri che per te significano molto, non per forza i più belli o famosi ma quelli che ti sono nel cuore»

«Il primo è “La notte dei desideri”, di Michael Ende. Lo rileggo quasi ogni anno, lo adoro. Il secondo è “La strada”, di Cormack McCarthy, che è riuscito a commuovermi dopo anni e anni che non mi succedeva leggendo un libro. Infine “La biblioteca dei morti” di Glenn Cooper, perché mi ha avvicinato al mistery-thriller.»

«Entrando nello specifico del Fantasy chi è che chiameresti “Maestro”?»

«Chiunque mi possa insegnare (o mi abbia insegnato) qualcosa. Che sia famoso o sconosciuto, se ha scritto un bel libro e leggendolo mi ha lasciato qualcosa, è un Maestro. Più ce ne sono, più posso migliorarmi io.»

«Grazie del tuo tempo Stefano. Vorrei congedarti con un piccolo dono»

«Io ehm… dono? N-n-non ce n’è b-b-bisogno, signor drago…»

Senti sussurrare parole antiche, parole cariche di potere, parole di magia. L’aria tremula davanti ai tuoi occhi mentre un oggetto prende forma dal nulla, istintivamente allunghi le mani per afferrarlo ma prima di riuscirci esso esplode in una luce intensissima costringendoti a chiudere le palpebre. Quando riacquisti la vista stringi fra le mani un libro molto vecchio, avverti chiaramente la magia contenuta nell’oggetto. L’ho appena comprato da una ragazza che sembrava avere fretta di venderlo, si guardava sempre indietro come se qualcuno la seguisse ed era accompagnata da un altro tizio molto timido con due cicatrici sulla fronte.

«Sono curioso. Fammi sapere come deciderai di usarlo…»

«I-i-io… credo che questo libro non dovrebbe finire nelle mie mani. Ma lo serberò con cura. Conosco una persona, una donna che pagherebbe molto pur di averlo tra le mani. Penso… sì, penso che lo porterò a lei.»

Il drago esegue una specie di inchino in segno di saluto e si volge incamminandosi verso la parte più profonda e scura della caverna.

 Stefano Mancini

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